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Lorenzo Balbi e la sua visione curatoriale

Articolo redatto da Melissa Macaluso, Ana Maria Sanfilippo e Alberta Valiante per la rubrica CollegArti in occasione del primo appuntamento del ciclo di seminari “Curate as mediation and production. Theory and 5 case studies”, organizzato da DAMSLab e a cura di Anna Rosellini.

7 maggio – 4 giugno 2020

Lorenzo Balbi e la sua visione curatoriale
A cura di Melissa Macaluso, Ana Maria Sanfilippo e Alberta Valiante

Ragnar Kjartansson, Bonjour, 2015, Palais de Tokyo, Parigi.

Il 7 maggio 2020 si è svolto il primo appuntamento del ciclo di seminari “Curate as mediation and production. Theory and 5 case studies”, organizzato da DAMSLab e a cura di Anna Rosellini. Le conferenze, parte integrante della didattica del curriculum internazionale AMaC, sono state trasmesse con cadenza settimanale in live streaming ed hanno avuto come ospite Lorenzo Balbi, attuale direttore artistico del MAMbo, che ha ricordato alcune delle esperienze più significative della sua carriera professionale come curatore. Da questo racconto si è sviluppato un confronto con il pubblico attorno alle varie questioni inerenti le pratiche curatoriali.

 

Il primo incontro si è aperto con la presentazione del percorso formativo di Lorenzo Balbi, laureatosi in Conservazione dei Beni Culturali presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e con una specializzazione in Arte Contemporanea conseguita presso l’Università degli Studi di Torino. Durante la sua esperienza nel capoluogo piemontese ha avuto modo di collaborare con Il Giornale dell’Arte, per il quale ha redatto numerosi articoli, stabilendo così un rapporto diretto con il mondo dell’arte contemporanea. La sua carriera professionale è iniziata presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, dove ha mosso i primi passi come mediatore culturale e, in un secondo momento, come registrar, ruolo che gli ha permesso di partecipare all’organizzazione e all’allestimento di mostre. Questo incarico si è rivelato propedeutico all’attività svolta come assistente curatore prima e infine come curatore. Il suo percorso all’interno della Fondazione si è interrotto nel 2017, quando ha ricevuto l’incarico di direttore artistico presso il MAMbo, Museo d’Arte Contemporanea di Bologna.

 

Una delle esperienze fondamentali della sua formazione è stato il dialogo instaurato con curatori ed artisti emergenti durante il periodo in cui è stato docente presso “Campo corso per curatori” e coordinatore del progetto “Residenza per giovani curatori stranieri”. Quest’ultimo, organizzato dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, prevede la selezione di tre curatori, provenienti dalle migliori scuole internazionali, ai quali viene offerta la possibilità di trascorrere quattro mesi in Italia, concludendo il loro percorso di ricerca con una mostra all’interno degli spazi della Fondazione. Il suo interesse verso queste realtà si è consolidato nel 2014, quando ha ricevuto il primo incarico da Patrizia Sandretto Re Rebaudengo per selezionare un artista iscritto al programma post-laurea dell’École Nationale Supériore Des-Beaux-Arts (ENSBA) di Lione - istituito in collaborazione con la Fondazione -  allo scopo di realizzare una solo presentation all’interno del complesso torinese.

Dopo un attento studio dei portfolio dei cinque artisti iscritti al programma, l’attenzione di Lorenzo Balbi venne catturata da due personalità in particolare: Helene Hellmich e Thomas Teurlai. La prima, di origini tedesche, rappresentava una scelta più accessibile per la facilità nell’adattare le sue opere al limitato spazio predisposto dalla Fondazione, oltre che per la sua capacità di instaurare un dialogo immediato con i visitatori, vero fulcro intorno a cui si sviluppa la sua produzione artistica. Il secondo, di origini francesi, costituiva una scelta di difficile realizzazione per motivi di sicurezza in quanto le sue installazioni, eseguite impiegando materiali come acqua ed elettricità combinati l’uno con l’altro, creavano un effetto molto suggestivo, ma pericoloso per l’uomo. Inoltre tutto ciò non consentiva un’interazione diretta con il pubblico. Nonostante Helene Hellmich rappresentasse la scelta più “sicura”, Lorenzo Balbi decise infine di selezionare Thomas Teurlai, affrontando un’impresa non semplice per un curatore alle prime armi.

 

La prima idea fu di esporre un’installazione già presente nel portfolio dell’artista francese, Dreamcatcher, un’opera intrigante in quanto permetteva, grazie alla combustione di una bottiglia di acetilene liquido, di visualizzare le particelle invisibili dell’aria che si scurivano e volavano per la stanza fino a depositarsi a terra. La scelta di selezionare un’opera che era già stata realizzata sembrava ne avrebbe reso più facile l’installazione. Il progetto tuttavia si scontrava con problematiche relative alla sicurezza, che Thomas Teurlai cercò di risolvere regolando l’accensione della fiamma con un sensore a raggi infrarossi: qualora il pubblico fosse entrato nel quadrato in cui era collocata la bottiglia, la fiamma si sarebbe spenta. Nonostante queste precauzioni la proposta venne rifiutata dall’ingegnere della Fondazione responsabile della sicurezza che ritenne non opportuno installare un’opera simile in uno spazio aperto al pubblico. Nessuna delle soluzioni alternative proposte - come la presenza di un pompiere h24 oppure l’installazione di un pannello per distanziare il pubblico - risultò adatta al progetto ed inoltre eccedeva lo stanziamento del budget.

Dopo aver accantonato Dreamcatcher, Thomas Teurlai propose a Balbi un’altra opera, nuovamente bocciata dato l’impiego di materiali altamente dannosi per la sicurezza del pubblico.

 

Fu così che Lorenzo Balbi decise di seguire una strada nuova invitando l’artista a Torino per iniziare insieme una nuova produzione. Questa scelta diede una svolta alla loro collaborazione visto che i due poterono finalmente avere un confronto diretto oltre ad essere a stretto contatto con la città che avrebbe ospitato l’installazione. Thomas Teurlai approdò alla presentazione di due proposte, prendendo spunto soprattutto dal contesto industriale di Torino, come si evince dall’opera selezionata per l’esibizione, Europium. Ispirandosi all’attività di una fabbrica che si occupava di smantellare i RAEE, i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, si avvicinò alla realtà dell’estrazione dei metalli preziosi contenuti nel loro interno. Al giorno d’oggi quest’attività, altamente pericolosa, viene delegata ai paesi del terzo mondo, ragione per cui Lorenzo Balbi fu immediatamente attratto dalla tematica insita nell’opera, data la sua valenza sociale di denuncia. In seguito all’acquisto di due tonnellate di RAEE dalla fabbrica torinese e di un set di strumenti su internet adatti all’estrazione dei metalli preziosi, l’installazione prese la forma di una urban mining: all’interno della project room della Fondazione venne allestito il processo di estrazione di metalli rari e preziosi contenuti all’interno dei rifiuti elettronici, attraverso trattamenti chimici e meccanici. L’opera, aperta al pubblico dal 21 maggio 2014 al 7 settembre 2014, si rivelò un vero e proprio successo, tanto da essere notata dal direttore artistico della Fondazione, Francesco Bonami, il quale suggerì a Patrizia Sandretto Re Rebaudengo di acquisire il lavoro di Thomas Teurlai per la collezione.

 

La scelta di Lorenzo Balbi di aprire il ciclo di conferenze partendo dalla sua prima esperienza come curatore si ricollega alla volontà di raccontare gli aspetti che sono tutt’ora centrali nel suo modus operandi, ovvero una grande attenzione posta alla relazione con l’artista durante la produzione di nuove opere, ma anche al rapporto esistente tra lo spazio e l’opera d’arte: lo spazio, infatti, non rappresenta semplicemente la stanza che ospita l’opera, ma anche il contesto che la circonda e il pubblico con cui essa verrà in contatto.

 

Questo legame che si instaura tra l’artista, lo spazio e il pubblico, è stato il punto di partenza dell’ultima conferenza del ciclo “Curate as mediation and production. Theory and 5 case studies”, tenutasi il 4 giugno 2020, in cui Lorenzo Balbi ha approfondito il tema dell’esperienza curatoriale applicata alle performances.

 

Partendo dal principio che curare una mostra può essere considerato un atto performativo in sé, Lorenzo Balbi ha sottolineato l’aspetto ‘temporaneo’ delle performances, situazioni che si sviluppano in un dato luogo, un una determinata ora, con tempistiche precise e dal vivo. La transitorietà di questa tipologia artistica affascina il direttore del MAMbo in quanto si posiziona a metà strada tra diversi media. Potendosi esprimere nelle forme della danza, del cinema, della recitazione o ancora della video-art, la performance pone al curatore le diverse questioni e problematiche che vanno a concorrere all’effettiva ‘concretizzazione’ dell’opera d’arte e alla sua ricezione da parte del pubblico. A questo proposito Lorenzo Balbi ha raccontato i momenti che più di altri hanno segnato la sua esperienza in questo campo partendo dalle origini a Torino e, in particolare, attraverso due esposizioni. 

 

“Silenzio: una mostra da ascoltare – Silence. Listen to the show” è il titolo della mostra del 2007 presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino, curata da Francesco Bonami, alla quale Lorenzo Balbi partecipò come mediatore culturale. Per esplorare l’idea del suono nelle diverse manifestazioni dell’arte contemporanea, all’interno di un ambiente silente e ovattato, vennero ospitati artisti quali il britannico William Hunt e Tino Sehgal. Hunt accompagnato dalla sua chitarra, appeso a testa in giù, cantava un suo pezzo. Man mano che la canzone proseguiva la voce e la melodia divenivano sempre più distorte a causa della scomoda posizione, creando un effetto straniante e di preoccupazione nel pubblico. Fu un momento decisamente suggestivo, spiega Lorenzo Balbi, che induceva nell’ascoltatore/osservatore una sensazione di dolore e crisi.

 

Tino Sehgal portò “This is propaganda”, una performance ideata nel 2002 nella quale un gruppo di tre attori, vestiti come custodi di una sala espositiva, in un medesimo istante iniziavano a cantare la frase “This is propaganda, you know, you know” creando, anche qui, uno stato di sorpresa nello spettatore. 

 

È proprio questa ‘inattendibilità’ a caratterizzare anche le performances della seconda esposizione “Modernikon – Contemporary Art from Russia” 2010-2011, organizzata a Torino nella medesima Fondazione, di nuovo a cura di Francesco Bonami. Le opere del collettivo Iced Architects (“Hanging stage”), di Elena Kovylina (“Fuoco alla borghesia”) e di Andrey Kuzkin (“Levitation heroes”) erano tutte accomunate dalla rappresentazione di un equilibrio che, per ragioni specifiche di ogni lavoro, veniva irrimediabilmente minacciato o messo in discussione.

 

L’attività realizzata a Torino ha permesso a Lorenzo Balbi di spostarsi a Bologna in anni successivi con un bagaglio di conoscenze e idee che gli hanno consentito di intraprendere nuove interessanti sperimentazioni non solo come direttore del MAMbo, ma anche nel campo delle performances come curatore per tre edizioni consecutive, dal 2018 al 2020, del programma di Art City, in occasione di Arte Fiera e in collaborazione con BolognaFiere. 

La performance, proprio per il suo carattere effimero, ha costituito il momento topico delle varie edizioni del festival. Nel corso dell’incontro Lorenzo Balbi ne ha dato una spiegazione appassionata prestando una particolare attenzione alla maniera in cui gli spettatori entravano in contatto con queste opere e alle loro reazioni, non mancando di ricordare il successo, in termini di affluenza, degli allestimenti di Art City. 

 

In conclusione Lorenzo Balbi si è soffermato sul lavoro di Ragnar Kjartansson per Art City 2020, “Bonjour”, una performance-installazione che attraversa il mito della routine, della ritualità della vita quotidiana, sotto le forme di una scena teatrale che, allo scadere della sua durata, si rinnova in un loop senza tempo. Da ricordare che al visitatore virtuale è stata data la possibilità di apprezzare, benché solo via streaming, l’opera allestita all’interno del MAMbo. 

 

Nello spazio dedicato alle domande del pubblico Lorenzo Balbi ha sottolineato che la performance è un mezzo artistico che mette in crisi le suddivisioni in categorie troppo spesso associate ai diversi generi artistici. La sua visione di curatore ha permesso un approfondimento nel ‘dietro le quinte’ di un mestiere che unisce la creatività con la preparazione accademica, da cui deriva l’affermazione iniziale secondo cui l’attività di curatore è essa stessa azione artistica.

 

La serie degli incontri ha consentito l’instaurarsi di un dialogo coinvolgente attorno alla figura professionale del curatore. Nonostante la modalità in streaming, infatti, l’esperienza si è rivelata un’occasione preziosa di condivisione per tutti i partecipanti, soprattutto per gli studenti del curriculum AmaC fortemente interessati al mondo della curatela, tanto che l’interazione con il pubblico ha costituito uno degli elementi centrali dell’intero ciclo di conferenze.